5 Falsi miti sulla Terapia Cognitivo-Comportamentale

5 Falsi miti sulla Terapia Cognitivo-Comportamentale


Esistono numerosi miti sulla terapia cognitivo-comportamentale (TCC). Quando si discute o ci si informa sulla terapia cognitivo-comportamentale si sentono spesso delle “leggende metropolitane” inerenti questo tipo di indirizzo psicoterapeutico. In questo breve articolo si presenteranno e discuteranno le cinque leggende che spesso si incontrano nei dibattiti o su Internet. Come si osserverà durante l’articolo, tutti questi miti hanno un elemento in comune: l’ignoranza.

Aaron Beck, uno dei padri della TCC

La non conoscenza della TCC e dei suoi principi porta spesso le persone a favoleggiare e a dedurre cose inesatte e senza valore scientifico.
Quelle qui raccolte sono le cinque leggende più comuni.

1. LA TCC LAVORA SOLO SUL SINTOMO

Molto spesso i detrattori della TCC sostegno anche quest’ultima abbia come unico scopo quello di attenuare il sintomo senza lavorare sulle sue cause. Quest’idea mette in evidenza una profonda ignoranza della terapia, dei suoi principi e delle sue modalità di funzionamento.
Uno dei padri fondatori della terapia cognitiva mette in evidenza sia l’importanza di lavorare sul sintomo sia quella di sulle sue cause.
Sia il terapeuta cognitivo che quello comportamentale tentano di alleviare direttamente il sintomo o problema comportamentale accentuato. Tuttavia, differisce l’aspetto centrale. Il terapeuta cognitivo dirige le sue tecniche alla modificazione del contenuto ideazionale coinvolto nel sintomo, vale a dire, le premesse e le differenze“(A. Beck, 1984, pag. 230).

2. LA TCC NON LAVORA NEL PROFONDO

Questo falso mito ruota attorno al concetto di: profondo = inconscio. Questa credenza è così comune che spesso non si rivaluta che essa deriva da un approccio psicodinamico al “profondo”. Il concetto psicodinamico di “profondo” non può essere considerato l’unico ed esclusivo infatti nella terapia cognitiva questo concetto è identificato con le “credenze di base”.

Sin dall’infanzia le persone sviluppano alcune convinzioni su se stessi, sugli altri e sul mondo. Le loro credenze più profonde, o credenze di base (core beliefs), sono comprensioni durature, così importante profonde che spesso le persone non le esplicitano neppure a se stessi” (J. S. Beck, 2013, pag.46).
I core beliefs costituiscono il livello più profondo: sono globali, ipergeneralizzati e rigide.
Young e colleghi esprimono il loro concetto di “profondo” sottolineando che “gli schemi cognitivi si trovano al livello più profondo e, in particolare quando vengono attivati, hanno forte influenza sui pensieri automatici e sulle credenze intermedie” (J. E. Young e coll., 2011, pag.2).

3. LA TCC CONSIDERA POCO LA RELAZIONE TERAPEUTICA

Nell’immaginario di alcuni, la TCC è vista come una palestra nella quale si imparano tecniche, senza dare spazio alla relazione terapeutica e dalle emozioni.
L’origine di questo falso mito sulla terapia cognitivo-comportamentale la possiamo rintracciare nella mancanza di conoscenza dei principi cardine di questo indirizzo terapeutico.
Nei suoi primi scritti, Beck sostiene che “una cruciale ovvia componente dell’efficacia della psicoterapia è la collaborazione autentica tra il terapeuta e il paziente” (A. Beck, 1984, pag. 161).
L’importanza della relazione terapeutica è stata sottolineata anche da autori italiani.

Albert Ellis, il secondo padre della TCC

 

“Alla relazione terapeutica si attribuisce anche il ruolo di favorire esperienze correttive dei cicli interpersonali di sedativi. In tal senso, il paziente, può modificare, attraverso l’esperienza diretta della relazione col terapeuta, le previsioni negative proprie dei suoi schemi. […] Un ruolo terapeutico ulteriore attribuito alla relazione è quello di favorire nel paziente processi di identificazione o l’apprendimento di atteggiamenti del terapeuta.” (A. Semerari, 2006, pag. 130).

4. LA TCC HA EFFETTI A BREVE TERMINE

Chi ha poca familiarità con le ricerche scientifiche sostiene che gli effetti di questo indirizzo terapeutico siano a breve termine, senza un vero cambiamento a lungo termine.
Nel loro lavoro basato su ricerche meta-analitiche Butera e Pimpini concludono sostenendo che:
In letteratura, le meta-analisi sul disturbo di panico sono numerose. In tutte, le varie forme di Terapie Cognitive rivestono un ruolo di particolare rilevanza. Non è azzardato affermare (ma la stessa cosa si può dire per tutti i Disturbi fobici trattati finora) che la Terapia Cognitiva, nel trattamento del disturbo di panico, produce miglioramenti sintomatici di gran lunga superiore a quelli ottenuti con qualsiasi altra forma di trattamento terapeutico, sia nel post-intervento sia nella follow-up.
Le meta-analisi dimostrerebbero l’efficacia dei trattamenti con Terapia Cognitiva e Comportamentale in un numero rilevante di studi. I miglioramenti più significativi non sembrano in relazione alla sola esposizione o al rilassamento bensì ai trattamenti cognitivi o cognitivi e comportamentali in combinazione tra loro; l’uso dei farmaci sembra essere un utile supporto nei trattamenti di esposizione ma non significativo come trattamento combinato ” (N. Butera e M. Pimpini, 1998, pag.16).

5. LA TCC NON SI INTERESSA DELLA STORIA DEL PAZIENTE

La TCC concentra molto del proprio lavoro sul presente in quanto cerca di andare incontro esigenze del paziente di alleviare, nel più breve tempo possibile, i problemi manifesti che l’affliggono.
La particolare attenzione all’ hic et nunc non implica una svalutazione o un disinteresse nei confronti della storia del paziente.
Solitamente, durante le sedute di valutazione viene dedicato del tempo specifico all’osservazione e alla raccolta della storia allo scopo di comprendere come lo schema cognitivo si sia formato e rinforzato. In aggiunta:
“L’attenzione può spostarsi sul passato in due circostanze: nel primo caso, quando i pazienti esprimono una forte preferenza a farlo, e di non farlo potrebbe danneggiare alleanza terapeutica; nel secondo caso, quando i pazienti sono bloccati nel loro pensiero disfunzionale, e una comprensione delle radici infantili delle loro credenze può potenzialmente aiutarli a modificare le loro idee rigide” (J. S. Beck, 2013, pag.23).

Beck, A. (1986). Principi di terapia cognitiva. Un approccio nuovo alla cura dei disturbi affettivi. Astrolabio- Ubaldini, Roma.
Beck, J. S. (2013). La terapia cognitivo comportamentale. Astrolabio- Ubaldini, Roma.
Butera, N. e Pimpini, M. (1998). La valutazione dell’efficacia della psicoterapia comportamentale e cognitiva, Psicoterapie,13.
Semerari, A. (2006). Storia, teorie e tecniche della psicoterapia cognitiva. Ed. Laterza, Roma.
Young, J. E., Stein, D. J., Du Toit, P. L. e Riso, L. P. (2011). Schemi cognitivi e credenze di base. Ed Eclipsi, Firenze.

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